sabato 2 febbraio 2008

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E' finalmente disponibile il libro più atteso dell'anno. "Facciamo l'amore vestiti...?" è il racconto della vita di Campomarino di decenni fa.

Questo sito parte dal libro per abbracciare tutti i ricordi che ognuno di voi vorrà introdurre. Da subito saranno pronti il video della presentazione, le foto e le recensioni.


Per il momento prenotate una copia scrivendo a sergiotatarano@libero.it .

45 commenti:

Wolf ha detto...

Devo dire che questo autore mi ha proprio spiazzato con la sua scrittura fluida e coinvolgente.

Il libro si legge tutto d'un fiato. Riesce a tenerti incollato alle pagine in maniera quasi ipnotica.

Belli i personaggi, le delineazioni psicologiche e sopratutto le descrizioni minuziose di alcuni aneddoti...

Lo consiglio vivamente a tutti coloro che hanno almeno un ricordo di quest'angolo di litoranea salentina.

giancarlo ha detto...

Esiste nella mia mente la colonna sonora di "quella" Campomarino. "...una favola blu...ragazzi che si ritrovano qui...un grande prato sarà la spiaggia quando la serà verrà..." (Una favola blu, Claudio Baglioni)

rolando ha detto...

Anche io ho letto il libro tutto d'un fiato e non sono certo conosciuto per divorare libri,al contrario..ringrazio Sergio per aver intrapreso quest iniziativa,perchè leggendo il libro è riuscito a trasportarmi in quell epoca,nostra,che francamente avevo abbandonato,ma non per questo dimenticato..se il suo intento era questo,e penso di si,ci è riuscito benissimo..Un epoca che potrebbe ritornare,chi sa,in età avanzata magari..si,perchè io mi ritengo un fedelissimo di Campomarino,uno dei pochi ormai,ahimè..diventano sempre meno(anche Dino ha mollato,forse perchè non ha la patente)..tanto per intenderci,uno che fa il primo bagno ad aprile e l ultimo a novembre(con tanto di foto che testimoniano l evento hihihi)..uno che viene anche l inverno,nonostante l umido e il freddo,a vedere il mare piu' bello del mondo o a fare l amore vestiti..già,Sergio ha ripreso questa mia frase abbastanza spinta per l età che avevo a quei tempi..12 anni,ma già un veterano,dato che avevo passato tre estati da"fidanzato" con Federica di Roma..con Sergio facevamo coppia fissa,giusto per riprendere un passaggio del libro,calcio,fidanzate(c era anche Pepè come terzo "incomodo")..ci sentivamo grandi,si stava bene,si stava in pace...sensazioni che oggi si vivono a tratti,perchè adesso facciamo una vita frenetica e per questo abbiamo quasi perso il senso vero delle cose belle..sensazioni che comunque si rivivono l estate,a Campomarino ovviamente,quando ci si rincontra tutti..si,perchè la nostra è un amicizia solida e fraterna,che dura da sempre,ancora oggi,e penso che sarà sempre cosi'..Ci sono ancora tanti aneddoti da raccontare,magheri facciemo un sequel,tandi tandi e tandi fatti angora,e le foto fesse sono...ROLANDO

M.F. ha detto...

Ho letto tutto d’un fiato perché lo scritto fluido, le immagini, le emozioni non permettevano interruzioni. Sono una mamma e ho vissuto e vivo seguendo tacitamente le avventure giovanili dei miei figli; Mi ritrovo, sorrido e rivivo momenti particolari simili a quelli da te descritti. Il tuo scritto non è una esposizione di fatti ma ispirazione di una “musa” amante della vita che ha piantato nel tuo cuore sentimenti struggenti e nostalgici ma anche tanta voglia di vivere. Immagino quella “musa orgogliosa e innamorata di un così bravo scrittore. Io lo sarei se avessi un figlio così.
Complimenti.
M.F.

Anonimo ha detto...

A metà degli anni ’70 via Ariosto era poco più di una stradina di campagna. Nel primo tratto, quello compreso tra la litoranea e la attuale via Leopardi, da qualche anno i miei zii Piero e Maria avevano costruito la loro casa che era diventata la meta ed il ristoro, grazie alla affettuosa ospitalità dei padroni di casa, di tutta la famiglia di mia madre e di tanti altri amici.
La via, oltrepassato l’attuale crocevia della fontana, dopo un tratto pianeggiante, corrispondente ora alle case di Remo e della famiglia di nonno Arturo, sorte qualche anno dopo, cominciava a salire disegnando una sorta di esse nel tratto più ripido per poi perdersi in un mondo sconosciuto verso la Masseria del Vento. In quell’epoca le famiglie proprietarie delle due lunghe strisce di terreno che arrivavano fino ai tumi coltivavano ancora orti e vigneti e utilizzavano alcune casupole, oggi diventate grandi case, come sede delle vacanze estive.
Quando, qualche anno dopo, mio padre e mio zio Sandrino, devo dire con lungimiranza, acquistarono lì sopra, oltre la salita, un terreno per costruire degli appartamenti, mi sembrò fuori luogo data la “considerevole” distanza dal mare. Seguì quasi subito la costruzione di un’altra casa da parte di mia zia Rita e, poi, del caseggiato di Sergio e Alfonso, Mario e Giulio, e così la creazione di un nucleo tutto francavillese di neocampomarinesi, tutti uno al fianco dell’altro e anche uno sopra all’altro.
Nel giro di pochi anni quel luogo, che da bambino neanche conoscevo e che, durante i miei giri in bici, avevo solo osservato da lontano, si era popolato di giovani famiglie e, ancora, nel giro di poco tempo, di un nugolo di bambini in continuo movimento ed in continua oscillazione da un cancello all’altro, da una casa ad un’altra. Erano giovani famiglie che in qualche modo avevo visto formarsi: a parte quelle dei miei zii, i genitori di Francesco e Rolando, di Ugo, di Antonio, conoscevo sin da bambino anche i genitori di Mario e Giulio e di Sergio e Alfonso. Dei genitori di questi ultimi ho un’immagine nitidissima di una assolata domenica mattina di primavera sul viale, a Francavilla, credo intorno al ’75, nei minuti un po’ frenetici che precedono il pranzo: una bella ragazza sorridente, in jeans, e un uomo un po’ teso in volto che, quasi a proteggerla, per un attimo le cinge la vita. Nella mia schematica mente di bambino rimase impressa l’insolita circostanza che lei fosse più alta di lui.
Credo che per centinaia, migliaia di volte ho incrociato i miei passi con i passi di quei bambini di via Ariosto, con i passi dei loro genitori; non volendo ho osservato, negli anni, la lenta discesa verso il mare dei loro luoghi di incontro: prima davanti ai cancelli delle loro case, poi sul “muretto”, infine sul “Chiosco”.
In quel loro percorso hanno avuto la fortuna di essere tutti coetanei e parenti tra loro o figli di amici e anche aperti a “nuovi ingressi”. Questo ha rafforzato l’unione di quel gruppo e ha regalato loro una straordinaria esperienza di vita “comunitaria”, difficilmente ripetibile.
La Campomarino di quegli anni ‘70, e forse ancora fino agli ’80, conservava qualcosa di magico e di naturale. A parte via Ariosto, che pur essendo una strada secondaria sarà, poi, quasi inspiegabilmente, tra le prime ad essere asfaltata, molte strade erano fatte di sabbia, ricordo delle dune su cui erano state costruite le case. E la spiaggia era immensa e poco popolata.
Assaporare la libertà di muoversi e di entrare ed uscire senza bussare da case sempre aperte, il sole, il vento, gli odori, il calore, i silenzi della controra, i pleniluni, esaltavano le percezioni rendendo densa di sensazioni ogni ora del giorno e della notte.
Il chiosco era un punto di riferimento per tutti. Già da prima del 1978. In realtà lo ricordo almeno dai primissimi anni ’70, costruito in forma di baracchetta da una tale Michele di Oria, aperto solo di giorno con un biliardino e un juke-box, che forniva la colonna sonora dell’estate. Solo dopo alcuni anni la gestione fu acquisita dalla mamma di Salvatore, coadiuvata dalle figlie più grandi. Nell’inverno prima della demolizione qualcuno scrisse quasi un epitaffio sotto al marmo del banco: “Chi distruggerà questo chiosco porterà via un pezzo della mia vita...”.
Lì vicino, su quella spiaggia, ancora illibata dalle ferite poi inferte dall’ampliamento del vecchio porticciolo, si davano appuntamento, proprio negli anni intorno al 1978, un gran numero di Francavillesi, oggi cinquantenni e per lo più affermati professionisti. Arrivavano spesso stipati nell’utilitaria di qualche fortunato possessore muniti del solo asciugamani, l’ombrellone non era di moda, oggi si direbbe di tendenza, e si disponevano uno affianco all’altro a prendere il sole tanto da assomigliare ad un branco di otarie. Ventenni che ridevano, scherzavano, si tuffavano e riemergevano. Si formavano le coppie, poi cambiavano, ma, alcune, resistono ancora oggi. E la sera? Al Red Lion, discoteca di Maruggio assai ben fatta per l’epoca. Erano gli anni di Gloria Gaynor…
Io, non più bambino ma non ancora ragazzo, mi divertivo ad osservarli, soprattutto verso le cinque del pomeriggio quando, con lo scirocco o con la tramontana, immancabilmente iniziava la partita. Ancora oggi, con mio fratello e con i miei cugini più grandi, a volte ricordiamo quelle epiche sfide animate da personaggi che ogni giorno sembrava si disputassero, con il massimo impegno agonistico, un’ideale Coppa del Mondo.
E poi il mare. Splendido, ammaliante. Sopra e sotto. Dentro e fuori. Di giorno e di notte.
In quel tempo potevi ancora conoscere tutti, almeno di vista. Il cosiddetto impatto antropico era ancora tollerabile e anche a ferragosto la spiaggia prospiciente la tenuta Dayala rimaneva deserta e irraggiungibile, se non da qualche rarissima coppia alla ricerca di intimità.
Ognuno di noi, che abbiamo avuto il privilegio di esserci, rivede il film della propria vita su quella spiaggia e quella spiaggia ha visto generazioni di bambini farsi adulte e a loro volta diventare genitori e generazioni di genitori diventare nonni.
Mio figlio Giuseppe, un vecchio saggio di sei anni e mezzo, appassionato del cartoon “Re Leone”, mi direbbe “Papà! E’ il cerchio della vita!”. E’ vero, è il cerchio della vita e, per dirla con Sergio, Campomarino ne è una metafora. Bravo Sergio!
Antonio 1965

sergio tatarano ha detto...

Non sapevo se scrivere o meno: da un lato volevo lasciare la palla ai lettori, dall'altro però ritenevo ingiusto non spendere qualche parola per ringraziare gli autori di questi bellissimi (e a tratti commoventi) commenti.
Cercherò di estrapolare alcune parti che poi verranno utilizzate come recensioni. Si accettano proposte di qualunque tipo per migliorare il prodotto (le potete formulare anche scrivendomi a sergiotatarano@libero.it).

Anonimo ha detto...

Una lettera attesa ma dal contenuto ignoto, la apro, mi cade in mano un pezzo della mia vita: il più bello.
Me lo manda Sergio Tatarano, è un riassunto di venti anni di vacanze estive in una Campomarino che io ricordavo come il paradiso in terra, stramaledettamente lontana da casa mia e molto vicina alle vostre. Racconti, aneddoti, cazzate e affetti, miti, leggende e un vago senso di epos che calza alla perfezione per chi ancora ha come me le narici impregnate dell'odore dei "Tumi". Una summa estiva di una generazione di ragazzini che si ritrovano loro malgrado a dover vestire i panni degli uomini e a constatare che gli anni perduti non ritornano. Un'ultima pedalata in sella alla bicicletta dei ricordi su un sentiero, ancor più pericoloso del "Camel Trophy", che è quello dell'adolescenza. Un libro unico e indescrivibile, come solo la memoria più sincera sa esserlo, che ho letto col sorriso stampato in viso, e gli occhi inondati di lacrime. GRAZIE SERGIO
P.S. M'aggiu divirtutu moto

Anonimo ha detto...

LA STORIA DEI PATTINI.
Approfitto di questo diario virtuale per arricchire la storia di campomarino, di quella Campomarino, con altri aneddoti.
Vi racconterò, così, dell'avvento dei pattini.
Oggi i pattini hanno una fila di rotelle al centro e fanno parte di un'intera scarpa... allora le rotelle erano disposte "a rettangolo" (2 su ogni lato) e c'era solo la base che si allacciava al piede. Soltanto i più evoluti (come Michela, che per noi rappresentava il professionismo e che guardavamo con ammirazione mista ad invidia) avevano la"scarpa intera" (ma sempre con le rotelle parallele).
Nel pattinaggio decidemmo di cimentarci io ed Arturo... Lui con delle basi "moderne di plastica (regolabili secondo la lunghezza del piede), io con delle basi di ferro comprate da mio padre quando lui era piccolo... Ai piedi perciò mi ritrovavo delle vere e proprie zavorre che rendevano la salita si Tonino pari a quelle del giro d'Italia. L'equilibrio poi era quello che era e spesso mi ritrovavo disteso sull'asfalto (perchè i pattini sono contemporanei all'avvento dell'asfalto su via Ariosto) con qualche parte del corpo sbucciata.
Ricordo una volta che ero finito per terra nella veranda di Arturo e stavo faticosamente tentando di rialzarmi perchè dovevo tornare a casa, essendo ora di cena. Emi era lì seduta che mi guardava e, dopo un mio ennesimo malriuscito tentativo, mi disse le seguenti parole: "Giulio, quando arrivi su, SE ARRIVI SU, di a mamma che ci vediamo dopo cena..." E su ci arrivai, arrampicandomi per la salita di Tonino, in bilico...
Ps: chi si ricorda della "palla pitrificata" accanto al palo della luce che sta vicino casa di Danilo?

Anonimo ha detto...

LE NUOVE RAGAZZE DELLA COMITIVA.
Oggi Luca, mentre prendevamo il caffè, mi ha detto con onestà che la "storia dei pattini" non gli è molto piaciuta.
A questo punto, per incontrare anche il suo assenso, racconterò qualcosa che riguarda anche lui.
Parlo dell'avvento delle ragazze, "rubate" alla Mix Team (o come scrisse Federica, in una lettera a Rolando o a Sergio, Mix Time).
Le prime due ragazze più grandi (cioè mie coetanee) erano Chiara di Roma e Barbara (c'erano comunque le più piccole, coetanee di Sergio e Rolando: Federica e Valeria, Paola, Alessandra e Maria Luisa).
Chiara, con la voce un po' mascolina ed uno spiccato accento romanesco, era il mio primo amore segreto e, inizialmente, inconfessato. Per questa ragione fui costretto ad incassare con sportività, pur "bruschando" fortemente dentro di me, il suo fidanzamento con Luca. Ai tempi Luca era davvero ancora un bambino, tanto che era più basso di me(oggi gioca a basket ed è molto alto) e non aveva alcun acceno di barba, nè peli sulle gambe. Ricordo la prima sera che "si misero"... una scena un po' comica, con Luca che si doveva arrampicare sulla spalla di Chiara per abbracciarla e che, imbarazzatissimo, non proferiva parola. Ovviamente questi fidanzamenti avevano durata breve e, quando Chiara fu di nuovo "single", ci provai io con lei ma mi presi il primo palo della mia vita (ma questa è un'altra storia).
Di Barbara, tarantina dal modo di parlare piuttosto pacato e sofisticato, molti apprezzavano le "ubertà", sicuramente notevoli per i tempi e l'età. Lei era stata fidanzata con Renato ma la storia si era interotta e si dimostrava tutto sommato disposta ad un nuovo fidanzamento. Per ragioni non del tutto note (visto che non era brutta e che di scuro le ragazze non abbondavano in comitiva) non si fidanzò con nessuno di noi.
Arrivò, poi, il sogno proibito, l'alternativa a Tamara, l'unica in grado davvero di tenerle testa: parlo della napoletana Duala, ovvero della mia prima fidanzata. Ricordo che quando seppi di un suo interesse nei miei confronti (me lo dissero Chiara e Barbara)mi sentii come quelli che hanno vinto alla lotteria di Capodanno o che, inaspettatamente, hanno avuto la notizia di essere eredi universali di un ricco zio d'America...
Il mio fidanzamento con lei suscitò l'invidia (benevola, direi quasi l'ammirazione) di Ciccio A., che per l'occasione, mutuando i famosi versi poetici di Ugo, così cantò: "Duala il tempo sta passando, Duala, ed io ricordo che quando ti sei messa con Giulio io ho sofferto come un cannaluro..."
Con Duala durò poco, si stancò subito di me, e, dopo poco, fui io ad invidiare il so nuovo fidanzato, Pierpaolo.

Anonimo ha detto...

Caro Sergio,vorrei dirti tante cose,anche se tante cose si capiscono senza dirle.E' questo che abbiamo trovato nel tuo tenerissimo libro:le cose dette - benissimo - e le tante cose non dette.
Io sono una delle mamme di Campomarino:ho vissuto con voi quella bella(e troppo breve,ahimè)
stagione della vita che è stata la vostra infanzia e la nostra giovinezza.
Nella premessa al tuo libro dici che ci hai voluto fare un regalo,ed è proprio uno splendido regalo quello che ci hai fatto!
Uso il plurale perchè penso al plurale ,come al plurale pensavamo e vivevamo allora, ma anche perchè credo che le sensazioni di allegria,tenerezza e nostalgia che hai suscitato in me con le "nostre"
memorie siano simili per tutti noi.
Eravamo felici,eravamo giovani,eravamo insieme, e avevamo
quegli splendidi figli che eravate e siete.
Tu hai descritto un'infanzia e una adolescenza felici,nonostante divieti,orari,controre naziste,rimproveri e altri ostacoli di cui noi genitori eravamo responsabili.
Credimi,io (e come me,sono sicura, tutte le altre mamme)ho sempre desiderato e sperato che i nostri
bambini ricordassero l'infanzia e l'adolescenza,nonostante le difficoltà obiettive di queste due età nella vita di un ragazzo,come età felici,come l'isola che c'era e che ora non c'è più;che ricordassero le loro mamme come persone affettuose,dolci (stendiamo un velo pietoso sulle sgridate,spesso urlacci che ogni tanto ci scappavano...) e sempre
pronte a proteggerli dalle sbucciature,dai prepotenti e dalle scottature solari e ... amorose,e chi più ne ha più ne metta:volevamo proteggervi dal mondo intero.
Leggendo il tuo libro sembrerebbe che forse anche i miei figli,co-protagonisti delle tue avventure,e
tuttora tuoi cari amici ,abbiano nel loro cuore tutto questo.
Perciò ti ringraziamo per questa tua bella fatica e... a quando il 2° volume?
Non voglio rattristari ma non posso fare a meno di ringraziarti per quella pudica e dolcissima dedica alla tua cara cara cara mamma chè e rimarrà sempre nel mio cuore.
La mamma di tre ragazzini di Campomarino.

Anonimo ha detto...

Cari abitanti di Campomarino,
mi consentirete una risposta, sia pure breve, a Marcella, madre di tre protagonisti indiscussi della storia di Campomarino.

Cara Marcella, le tue parole, come quelle che tanti stanno avendo per questo libro, non fanno che rendermi onorato per aver potuto riportare ciò che la penna scriveva da sola. Quel mondo senza tempo, quelle giornate che erano una sorta di scorpacciata di corse e sudate come si fanno le indigestioni di dolci, resteranno per sempre dentro di noi, è vero. Ma so che è sicuramente comune il sorriso che la lettura di quegli annedotti (non per merito mio, ma perché sono oggettivamente simpatici) suscitano; il mio augurio è che quel sorriso rimanga tale e non diventi mai pianto triste (nemmeno per chi ha amato persone che non sono più con noi come io mia madre) per non aver più tra le mani nulla di tutto quello, ma rimanga l'espressione di gioia per esserci stati e aver vissuto (il privilegio di) un'avventura che appartiene solo a noi.

Anonimo ha detto...

"...un'altra estate qui e un'altra volta qui...più disinvolta e più puttana che mai..." Giancarlo

Anonimo ha detto...

Grazie caro Sergio,
ricordo tuo padre, in campagna, sulla via di Oria, vivace bambino e poi appassionato cacciatore. E poi tutti gli amici di quella contrada ritrovati in via Ariosto, ed a mare la nonna Maria, brava imperterrita nuotatrice, beneaugurante persona di fresca vitalità.
Nessuno dei nostri vecchi amici dimentica la nostra zia Gilda, onnipresente, che con sorridente nostalgia ricordava venire avanti un allegro gruppo di giovani capeggiato da Cesarino Bottari, con Alfonsino Tatarano, Rolando Cannalire e altri. Dolce quel ripetersi dei nomi.
Il tuo libro mi ha fatto rivivere anche la mia singolare esperienza col mio windsurf. Forse ho infastidito qualcuno, con quella grossa tavola, fatta passare con una ribelle inevitabile sfacciataggine, fra tanti sguardi. Ma ancora vorrei volare su quella tavola col vento di maestrale. Così rivivo la gioia, che al ritorno da un bordo, mi dava un affaccendato Rolando, che si faceva largo tra un nugolo di ragazzini, avvicinandosi per aiutarmi, dichiarando con sussiego "è mia zia". Ed il dolcissimo Giulio che implorava il suo papà di poter seguire quel bizzarro esempio di fugace felicità.
Tenrissimo, leggendo, lo scoprire il vostro lessico, facendomi "discitare", come le secchiate d'acqua che Egidio distribuiva di soppiatto sulla sua vela.
Gtazie Sergio, anche e soprattutto per la tua dolcissima dedica ad una mia tanto cara amica.
Maria.

Anonimo ha detto...

"...perchè ognuno c'ha il suo mare dentro al cuore suo...e che ogni tanto gli fa sentire l'onda..."(Carboni)
Giancarlo

Anonimo ha detto...

Caro Sergio,
dopo aver avuto il tuo libro, l’ho portato a casa dei miei dove l’ho mostrato come un cimelio prezioso. Ho seguito la crescita di quei vispi pargoletti che animavano via Ariosto e che molto velocemente sono diventati ragazzini, ragazzi e uomini. L’ho seguita soprattutto attraverso i miei cugini Francesco, Rolando e Federico di cui prima mi sentivo uno zio, adesso un fratello e un amico e sono molto fiero di essere spesso il prescelto per un consiglio su qualche problema che li affligge.
Con Francesco siamo stati in posti molto belli: in Grecia, in Messico, a Cuba, in Eritrea; tutte le volte che il mare è calmo e che il vento ci soffia alle spalle ci guardiamo e ci diciamo: Campomarino in un giorno di tramontana! Gli altri ci guardano scuotendo la testa, non capiscono e ci prendono in giro.
Purtroppo ha proprio ragione Rolando che noi fedelissimi di Campomarino siamo sempre di meno: adesso anche Francesco ha cambiato Campo e già da quest’anno giocherà dove la tramontana porta i cavalloni.
Una citazione particolare la meritano Tonia e Remo che hanno avuto il coraggio di mollare tutto e trasferirsi a Campomarino tutto l’anno: fino a quando sono rimasti a Campomarino, mi hanno pensare a quelle coppie di velisti che partono e sfidano gli oceani. Solo che loro invece dell’oceano hanno sfidato l’inverno prima di approdare di nuovo in un posto popolato di gente.
Domenica prossima porterò un po’ di copie del libretto che avevo scritto nel 2004 a Francavilla. Lo avevo un po’ messo da parte e mai riprodotto perché dopo un entusiasmo iniziale da parte dei parenti, ero stato quasi un po’ rimproverato di guardare al passato e non al futuro, di scavare nei ricordi in maniera scellerata. Io sono uno dell’epoca in cui il ghiacciolo costava cento lire e probabilmente non troverai la mia descrizione di Campomarino molto coinvolgente, ma sarò contento di fartela leggere. Anche Giancarlo Decata mi ha detto di volerla leggere. Sarete accontentati.
Mia moglie Roberta mi dice sempre che sono ammalato di Campomarino. Adesso sarà più facile convincerla che per chi è campomarinese quel posto ha un’attrazione molto particolare. E cercherò di convogliare verso lo Ionio anche il bimbo che Roberta si porta in grembo.
Ciao. Giancarlo Romano

Alfonso ha detto...

Vinco il naturale imbarazzo di dover commentare il lavoro (di impegno so quanto ce ne hai messo) della persona che mi è più cara al mondo. Però so già che gli amici, i tanti che hanno letto il libro e che hanno affollato con commenti dolcissimi questo blog, mi perdoneranno per questa mancanza di discrezione.
Trovo il libro bellissimo, non solo per la maturità stilistica con la quale è scritto (mi rendo conto che il mio affetto non può rendermi attendibile sul punto), ma anche e soprattutto per due ragioni molto più intime.
La prima è che mi ha dato la possibilità di stupirmi per l'ennesima volta della profondità del tuo "sentire", della tua sensibilità innata, che mi ha portato in tante occasioni a provare una sincera fierezza nel condividere il mio sangue con il tuo.
L'altra riguarda tutti quanti gli amici che sono e si sono sentiti parte del tuo racconto.
Anche chi vive lontano porta nel cuore la consapevolezza di quanto forte sia il nostro legame e quale enorme fortuna ci sia stata concessa dal destino: la certezza di poter contare su di un patrimonio di affetti veri, che sanno scaldare il cuore nei momenti di tristezza che ogni tanto la vita ci riserva.
Ecco che allora Campomarino diventa qualcosa di più di un luogo, diventa un rifugio da un lato e uno stigma di appartenenza dall'altro.
Rifugio del pensiero dove nei momenti di inverno si coltiva una strana ed autentica "saudade", quella sensazione malinconica che non è ripiegamento su pensieri negativi, ma attaccamento struggente al calore stesso della vita, di cui diventa un simbolo quella spiaggia tirata a lucido dalla tramontana, o la piazzetta appicicaticcia di una indolente notte di scirocco.
Stigma di appartenenza di quanti (come il sottoscritto), se devono pensare alla propria casa, non possono fare a meno di pensare proprio a quello strano posto di mare, dimora di un'altrettanto strana e meravigliosa tribù, di cui hanno il privilegio esclusivo di far parte.
Un abbraccio a tutti.

Anonimo ha detto...

Si rischia, a volte, di essere scontanti parlando delle persone o dei luoghi cari. Si rischia di cadere in espressioni e riferimenti terribilmente sdolcinati o vagamente (para-)romantici. Si rischia di parlare solo del mare o delle onde o degli amori o dei profumi. Per una volta, voglio abbandonare questo sterile esercizio da poeta al tramonto e ricordare teneramente tutto il brutto che quel posto mi ha donato.
Il brutto dei vetri nei piedi, il brutto dei ristoranti decennali, il brutto di ogni stramaledetta pasquetta o quello delle pucce da Brunetti. Il brutto delle case sulla spiaggia e quello dei tagli sugli stinchi.Il brutto dei tavolini di plastica e quello delle bottiglie di birra col vetro in frantumi.Il brutto del "new sunshine" e quello delle alghe nere, quello degli scogli di cui non ti accorgi o quello dell'odore violento dell'asfalto pomeridiano. Il brutto dei gelati del centro o quello della "Gazzetta" terminata ogni mattina. Quello di ogni rientro a piedi e quello delle piaghe per colpa degli zoccoli. Il brutto di tutto ciò, che io amo da sempre come si fa con una donna unica ed infedele.
Giancarlo
Giancarlo

Anonimo ha detto...

Caro Giancarlo, non dimenticare neanche la CASA-FORMICAIO, Vosavio che giocava a biliardino (con il team Marocco brothers contro me e te che eravamo gli Ulf Ezac)e neanche i magistrati scoppiati e maneschi...
E poi ragazzi una parte anatomica di me ricorda ogni centimetro del corpo sognato di A. e di V., le manduriane...

rolando ha detto...

Sicuramente tutti ricorderanno che a quei tempi (quelli del libro),mio padre..o meglio,Orazio Aversa(suona meglio per gli amici in questione) esercitava uno dei suoi (tanti,dallo sci d’acqua al catamarano e via dicendo) hobby,ovvero i rally,”le corse con la macchina”(per i meno addetti).Se mi concentro riesco ancora a sentire il rombo del motore da 200 cavalli (o giù di lì) del mitico Kadett GSI,nero (poi i vari rosso,bianco).Due posti ovviamente,pilota e navigatore,(era da corsa,mica per fare le passeggiate sul lungomare),dietro,al posto dei sedili c’erano delle sbarre di ferro,i sedili davanti erano sportivi avvolgenti(confort meno di zero),cinture rosse SABELT,lo sterzo e il pomello del cambio MOMO.Arturo diceva che lo sentiva arrivare già dall’entrata di Maruggio..esagerato,vabbè ma da piccoli si tende ad enfatizzare sempre(qualcuno lo fa anche da grande).Come tutti i figli,da piccoli,con il proprio padre,consideravo il mio papà un mito,il mio mito,più di un,che ne so,Prost o Senna(d’obbligo il paragone nell’automobilismo),tantè che mi chiamavano Rolando Opel.Ma anche per via del biondo dei miei capelli,quasi bianco d’estate,che mi faceva sembrare un bambino tedesco.Per questo nomignolo non vi dico il mio “priesciu”(per i forestieri,piacere o in questo caso soddisfazione personale).Insomma ero orgoglioso(anche ora come allora eh),fiero di lui,da dire a testa alta,è mio padre..Ma non solo era il mio mito,era anche il mito di gran parte dei miei amici (quelli del libro sicuramente tutti).Il mio orgoglio per lui però a volte mi portava anche ad essere geloso(per usare un eufemismo..capitemi,ero un bambino,apparte il mio carattere,possessivo,morboso,per le mie cose).Tantè che una volta,andando “sopra”(un modo per chiamare via Ariosto,per noi di “giù”…Màà,vado sopraaa,e capivano) sentivo,percorrendo la salita,il rombo prepotente più che mai della GSI di papà,e mentre salivo pensavo tra me e me:noo,non può essere,che sta facendo su con la macchina come un pazzo(vabbè..normalità per lui,anzi na passeggiata proprio)…Praticamente a grande richiesta dei piccoli,col permesso dei grandi,mio padre faceva fare un giro ad ognuno di loro nel bolide,ai tumi..uno alla volta ovviamente (un solo sedile passeggero)..l’entusiasmo di tutti non riuscirei a spiegarlo a parole,a dir poco gasatissimi..Poi sarebbe stata la volta anche dei grandi eh..ricordo un Bruno alquanto pallido e scioccato dal ritorno di un giro con Orazio…con i grandi poteva osare un po’di più,testacoda all’impazzata..capirai,ai tumi si riusciva a girare anche una Station Wagon,all’epoca,quando non c’era il cemento.Non tanto per il giro coi grandi,ma per quello con i miei coetanei mi ricordo che provai una sensazione di …mmmh..come dire…di “brushco”,cioè brushcai proprio(sempre per i forestieri,sentirsi rodere dentro,rosicare)..poi però il rosicamento passò e subentrò di nuovo l’orgoglio per papà.Mi ricordo anche che c’erano degli emulatori (infatti,ho detto che era un idolo)..ad esempio mio cugino più grande Claudio,con la Corsa bianca,che arrivava all’incrocio dei tumi in fondo e mentre tirava il freno a mano ripeteva due,tre volte “Biasion,Biasion,Biason”(il più forte rallysta dell’epoca)..anche quello con Claudio era un giro ambito,ma più alla portata..anche se era “solo”con la Corsa…Tra l’altro macchina che avevano anche nella famiglia Tatarano…vabbè,diciamo che l’avevano tutte le famiglie dei nostri amici (tutti avevano Opel,e chi puntava ad ammiraglie più grosse,aveva comunque come utilitaria la Opel Corsa…….PS papà poi mi paghi per questa pubblicità)…da Mariamichela C (rossa,modello base) a Mariantonietta D(bianca,modello JOY(POP84),sfizioso da donna,con il bordino verde acqua),per non parlare dei miei cugini Romano,consumate proprio(Antonio,l’ennesima Corsa ha dovuto abbandonarla per una monovolume familiare a sette posti,per via della stirpe numerosa che sta generando,di sto passo acquisterà un pulmino da nove posti…e Giancarlo ne ha tenuta una per cosi tanto tempo che quando si è comprato quella nuova aveva saltato una serie del modello stesso) …Io,ad oggi ne ho una,con cui ho girato tutta l’Italia,Sicilia compresa e un pò di Grecia …Ricordo che quella di Alfonso e Sergio è durata ventanni o più,ma anche quella di Giancarlo e Pepè…penso sempre alle parole di Alfonso ogni volta che la prendeva in questi ultimi anni..Io gli dicevo: uè Fofò,mitico,tu si ca si nu fedelissimo,prendi ancora questa macchina..e lui rispondeva,con grande fierezza: sta schierzi compà,finchè campa non l’abbandonerò mai,queshta MENA FUECU……….

rolando ha detto...

Volevo aggiungere altri personaggi Corsa,che mi sono venuti in mente ora.La Corsa della famiglia Epifani,quella nera,ne ha viste tante..mi ricordo Nicola quando ci chiamò per essere soccorso a Torreovo..rimase al centro di una pozzangherona con l'acqua che arrivava fino ai vetri..completamente imbarcato..per il rimorchio poi,c è tutta tutta una storia a parte,con noi protagonisti..La Corsa di mia Zia Maria di Zio Francesco,GSI Turbo,modello sport,potente sportiva nera...tanti cavalli,non so quanti ma tanti,forse tanti quanto le multe per eccesso di velocità..ma è normale,con tutta quella potenza...E vogliamo dimenticare la Corsa di Pietro,l'amico di Mario del Castello?..bianca,berlina,cioè con il baule prolungato(orribile,forse superava la Fiat Duna per bruttezza)e gli interni?Arancioni..ma lui la prese apposta,visto l'attitudine all alcool che avevano tutti quelli del suo gruppo...magari qualcuno quando si sentiva male poteva sfogarsi nella sua macchina..tanto con quegli interni non se ne accorgeva nessuno..La Corsa SW per famiglia che avevamo noi..rossa...avevo da poco preso la patente,e quindi tutte le macchine che passavano da casa in quel momento andavano bene,anche solo per un giro..mi ricordo che in un viaggio a Campomarino,il gatto di Francesco pensò bene di fare i suoi bisogni sui sedili posteriori...per tutta l'estate(perchè in autunno la vendemmo,povero chi la prese)non si poteva entrare nella macchina,per il cattivo odore..che figure mentre volevo fare il bello,appena patentato,quando salivano ragazze in quella Corsa..se me ne vengono in mente altre,a quante ne stanno....

Anonimo ha detto...

Caro Rollo,
leggendo del giro in macchina con tuo padre mi è venuto in mente un bel ricordo.
In quel periodo a Campomarino era arrivato uno di quie circhi acquatici itineranti dove ti promettono di farti vedere un squalo o un calamaro gigante (o i due che lottano o altre cazzate così). Sui pali della luce di via Leopardi e di via Ariosto furono attaccati dei cartoni pubblicitari di questo circo. Ricordo che noi ragazzi li togliemmo praticamente tutti dai pali e poi li appoggiavamo sul manubrio delle bmw (o delle bici da cross)facendo urtare l'estremità più bassa degli stessi con la ruota anteriore delle bic. Il contatto tra il cartone e i dentell delle ruote d across faceva un rumore simile al rombo del motore della GSI di Orazio... Così, giocavamo a fare i rallysti, mentre i "grandi", ignari di questa nostrra nuova trovata, sentendo questo rombo ad ogni ora del giorno, comiciare a pensare che il rally stesse dando all testa di tuo padre e cominciarono a temerne lo "scabinamento".
Ciao, Giulio

Anonimo ha detto...

ERRATA CORRIGE
per quanto rigurada le bici volevo scrivere BMX (e non bmw...
E poi scusate gli altri errori di ortografia, dovuti allo scrivere di getto e senza rileggere.
Giulio

Anonimo ha detto...

A Sergio.
Hai ricordato anni bellissimi, bellissimi per voi bambini ma anche per noi adulti. A voi ragazzini bastava un pallone, una bici e un muretto, una notte trascorsa sulla spiaggia fino all'alba. Per noi grandi era bello stare insieme al mare la mattina. Io facevo bagni brevissimi, mentre mamma e Gianfranca entravano in acqua e non sapevi quando sarebbero uscite. Il ritorno a casa dalla spiaggia, chiacchierando noi mamme, voi bambini che vi fermavate alla fontana a sciacquarvi i piedi. Era un ritorno lentissimo, ci dispiaceva lasciarci anche se per poche ore. Erano belle le serate con tuo padre che suonava la chitarra e noi che cantavamo. Il nostro pezzo forte era "Porta Romana".
Due persone a me carissime e sempre nel mio cuore non ci sono più. Tante cose sono cambiate, ma i ricordi resistono e sono una ricchezza.
Oggi sono nonna di tre bellissimi bambini e racconto a Mattia e Simone (Antonia è ancora piccola) cosa combinavano quei ragazzini l'estate a Campomarino. Anche loro trascorrono lì le vacanze e spero che i loro ricordi, un domani, siano belli come i vostri.
Ti voglio bene. Emi

Anonimo ha detto...

Gli avversari dei Bombers.
Nel libro di Sergio sono giustamente menzionati, tra gli storici avversari della nostra squdra di calcio, Renato e la Mix Team. Non si parla però espressamente dei Diavoli Rossi.
Questa mitica squadra era in realtà un gruppo sgangherato di ragazzi maruggesi, in una fasia di età che oscillava tra i 12 anni di Sciuzzu (oggi barista in Piazzetta) ai presumibili trenta (e anche di più) di Paolo Ave e di Ienzu Ciola.
Su Ienzu non può non spendersi qualche parola. Era il portiere ed il capitano dei Diavoli Rossi e se come estremo difensore non proprio una saracinesca (ricordo la tipica scena di lui che si incazza con i suoi difensori ogni volta prendeva gol, anche quando commetteva delle clamrose papere),come capitano era impeccabile: all'inizio e alla fine di ogni partita dava la mano a Mario (mio fratello e capitano di noi Bombers)e poi guidava i suoi compagni nella corsa defatigante che improvvisavano sempre dopo aver giocato...e perso (perchè vincevamo sempre noi).
Tra gli altri giocatori maruggesi non possono essere taciuti i fratelli Curciuli: Franco (anni 15) era una discreta ala destra ed era "lu curciulu granne, cuddu ca già è mpinnato" (l'uccello grande, quello a cui già sono cresciute le penne) mentre Luigi (anni 13) era "lu curciulu piccinnno, ca ancora a mpinnà" (l'uccello piccolo, ancora privo di piume).
Poi c'erano l'attaccante Savatori, che giocava sempre con una maglietta blu dell'Italia (anche se la maggior parte dei compagni indossava una maglietta rossa, essendo Diavoli Rossi) e il centrocampista Giancarlo, che io ricordo solo per un gran calcio in culo da lui datomi dopo aver subito da me un brutto fallo.
Chi si ricorda altri personaggi per favore li aggiunga.
Ciao, Giulio

Anonimo ha detto...

Ho letto il libro due volte.
La prima, spinta dalla curiosità di divorarne il contenuto. La seconda, per assaporare ogni singolo racconto e immergermi in quelle lontane, ma sempre vive emozioni.
Poi una sera, chiacchierando con Rolando (si, proprio colui che dà il nome a questo scritto
meraviglioso) mi dice: "sai, è come se Sergio mi avesse messo davanti la mia infanzia e mi avesse detto...tie' leggila"!
Ecco, è proprio questo il "miracolo" del tuo libro, caro Sergio, aver messo nero su bianco un pezzo di vita permettendo a tutti noi di farne parte in qualche modo.
Anche se oggi alcune persone non ci sono più, questo libro è la prova vivente del segno che esse hanno lasciato.

Giovanna

Anonimo ha detto...

e commentate!!!!!

Anonimo ha detto...

In questo libro-culto, emblema della generazione del chiosco, ragazzini con le ginocchia sempre sbucciate e le dita impiatricciate di pelle di pollo "unta e malsana" scoprono la vita, il suo sapore e ci raccontano in presa diretta le loro emozioni. Sergio ha aperto un oblò da cui è possibile ancora vedere questi "Peanuts" correre a perdifiato e urlare nelle interminabili partite di calcio. Chi di voi non ha sorriso nostalgicamente leggendo "Facciamo l'amore vestiti...?" ?!?! L'iniziazione al sesso, la ricerca dell'amore, l'amicizia, la fantasia: tutto si intreccia nelle riflessioni di Sergio tessute con naturalezza e la forza della schiettezza. Sullo sfondo di una stagione disordinata e vivace, certo irripetibile, questi ragazzi finiscono davvero ad assomigliare a bizzarre creature dotate di invisibili ali col difficile compito di librarli in aria. Ma è la loro fame di vita e la passione del narratore a riscattarli immancabilmente. L'amore per le descrizioni attente e minuziose di Banana Yoshimoto, l'esaltazione di Brizzi alla ricerca di parole nuove, arse dalla frebbe, la stessa comica tenerezza delle filastrocche di Benni. Un'epopea tenera e ironica sulla scoperta del mondo sublimato in un'eterna estate e su quella lunga ferita che è la giovinezza.

Mariangela

Anonimo ha detto...

Bombers 4-4-2:1)Arturo 2)Giulio 3) Pierpaolo 4)Giannicola 5)A.Malagnino 6)Mario Marchetti 7)Luca 8)Massimo di Firenze 9)Giancarlo 10)Dino 11)Mario Epifani All. Alfonso a disposizione: Michele,Mimmi,Ciccio,Ugo.

Anonimo ha detto...

...dietro Mario giocava libero e Giulio in marcatura con Malagnino.Pierpaolo spingeva a sinistra e quando poteva provava la "botta" da fuori.In mezzo al campo Luca e Giannicola facevano sostanza e si coniugavano perfettamente con la fantasia di Mario Epifani e Massimo di Firenze. Davanti Dino e Giancarlo aspettavano e, rapidi, sfruttavano le occasioni che capitavano.Dino amava giostrare e svariare cercando il colpo ad effetto. Giancarlo era più un uomo da aria di rigore e, devo dire, se gli capitava la palla la metteva dentro di sicuro (che si trattasse del comunale di Maruggio o del torneo sulla spiaggia non faceva differenza).

Anonimo ha detto...

Bisogna precisare che nei Bombers Massimo di Firenze ha giocato poche volte: Il primo titolare nel ruolo di centrocampista era Giancarlo di Sava,con Ugo come prima riserva in quanto "mezzo d'intralcio pugliese". Il mister Alfonso era comunque poco ascoltato nello spogliatoio dove c'erano i senatori intoccabili (io, mio fratello, Dino, ecc.)
Arturo ha parato per anni senza mai, dico mai, fare un tuffo per terra, limitandosi a respingere di piede e a giocherellare con le pietruzze quando l'azione era nell'area opposta.
Giulio

Anonimo ha detto...

Grazie per i complimenti sulle capacità calcistiche!!!!
Giancarlo

rolando ha detto...

Caro Giulio,riallacciandomi al tuo ultimo commento,e quindi ritornando in quell’epoca,ricordo che per noi “piccoli” era un sogno poter anche solo pensare di far parte di quella mitica squadra…voi eravate i grandi (ci passavamo si e no un anno di età,al massimo due)..Mi ricordo che il massimo che ho avuto,dopo aver pressato parecchio (per non dire rotto le scatole fino alla nausea a chi di dovere) sono stati gli ultimi 3 minuti (su 90 disponibili) di una partita già stravinta e con l’obbligo di non oltrepassare una piccola zona a me assegnata..zona di,si e no,tre metri quadrati,nei pressi della linea bianca,praticamente a bordo campo…cioè roba da “mobbing”..pero’ ero contentissimo lo stesso…stavo lì,sulla mia fascia di competenza,nella mia piccola zona e ricordo proprio Giulio accanto a me,quasi in apprensione che mi diceva “tranquillo,stai lì,non ti muovere” ..con tutto che stravincevano,casomai avessi fatto qualche danno alla squadra..vista la mia poca esperienza (totale fiducia proprio)..lui accanto a me(si fa per dire,perché io ero praticamente fuori),nel ruolo di centrale difensivo,alla Franco Baresi,grande difensore del Milan(tanto grande che gli hanno ritirato la maglia,numero 6,nel senso che nessun giocatore potrà mai più indossarla)..Giulio(milanista) si è tanto immedesimato in quel ruolo,che ancora oggi,nelle nostre partite di calcetto,dietro in difesa,alza sempre il braccio per segnalare un fuorigioco inesistente,proprio come il “Kaiser Franz”(soprannome ripreso da Beckenbauer,difensore della Germania anni 70)… Dopo quei miseri tre minuti,però mi sono rifatto negli anni successivi come bomber nella mia squadra..anche perché noi piccoli,stufati,dopo un paio di estati passate da spettatori,una volta “cresciuti”,ci siamo fatti la nostra squadra..i mini-bombers,conseguendo anche ottimi risultati…io inizialmente “nascevo” portiere,stavo in porta perché ero bravo in quel ruolo…essendo interista il mio mito era Walter Zenga,e poi Arturo,con la sua divisa da invidia,che usa ancora adesso in quelle rare partite..mi ricordo una delle prime,se non proprio la prima partita,non so per quale motivo,forse s’infortunò qualcuno (destino!) l’allenatore di allora(si fa per dire..forse Remo..appunto,si fa per dire)mi buttò nella mischia..iniziai a distribuire palloni(assist) a tutti,in quella partita feci segnare tutti,e poi iniziai a segnare anche io.. Il massimo per noi era quando venivano al campo le ragazzine (le veline di oggi),fidanzate e non…cosa rara eh,pero’ per noi era un gasamento unico,poter dedicare un goal alla propria amata,o anche solo la bella prestazione(quindi anche portieri e difensori)…sarà per la pressione psicologica che incutevano in noi,che puntualmente in quell occasione si faceva flop,si deludeva,proprio per la smania di strafare o per nervosismo..
E’incredibile come vengono in mente i ricordi a raffica mentre si comincia a scrivere...

Anonimo ha detto...

...e il mare si sbatteva da fare pena...e il mare si sbatteva da fare pena...
Giancarlo

Anonimo ha detto...

Bello quel ricordo dell'esordio Rolà, l'avevo rimosso...
Comunque ricordo anche io che una volta venne a veder giocare i Bombers la mitica Duala ed io, nonostante giocassi in difesa, per il gasamento segnai una doppietta...
Giulio

Anonimo ha detto...

A differenza di chi ha voluto "curiosare" nel nostro passato tutto d'un fiato e nel più breve tempo possibile, ho preferito gustare poco alla volta, pagina per pagina, immagini sconosciute ed episodi vissuti, quasi a rivere il lento passaggio da una via dei tumi, bianca ed impolverata ad una strada, tutta asfaltata, che poco sa di ginocchie sbucciate e falò accesi!

Anonimo ha detto...

da questo entusiasmante racconto si evince una spiccata propensione di rolando a fare lo sciupafemmine anche un pò infamone......

Il bambino di copertina ha detto...

Caro Sergio e cari lettori di questo fantastico manoscritto, un mio pensiero sul blog penso sia obbligatorio dal momento che siamo rimasti ancora in pochi (e ci sono anch’io tra questi) a vivere l’estate campomarinese, e dal momento che anche io ho vissuto molti dei momenti ricordati. Certo non riesco a ricordare tutti i momenti vista la mia età. Mi associo ai ricordi di Rolando sulle varie auto che hanno caratterizzato Campomarino e sulle emozioni che papà regalava a tutti (e che sinceramente ancora oggi mi regala quando sono al suo fianco in auto).. anche per me sono state molto importanti; in breve: le auto che non scorderò mai sono sicuramente le corsa distrutte dei cugini romano, il mercedes bianco di zia Rosa, e quello di zio Francesco, i mercedes della famiglia Pasanisi, e soprattutto quel bellissimo fuori-strada di mimmi; ho un ricordo vago di una caduta di un ragazzo della comitiva dal portellone posteriore con la vettura in corso. Io a venti anni la prima cosa che ho potuto fare è stata quella di procurarmi il mio fantastico kadett 2.0 gsi (cabrio) del 1991. Poi come dimenticare il mitico ISUZU? La mia prima esperienza di guida risale all’età di 4-5, 6 anni al massimo, seduto sulle gambe della mamma, o di papà, con i quali guidavo la macchina dalla fontana fino ai bidoni della salita, capendo anche quando dovevo cambiare le marce e tenendo lo sterzo con due manine ancora piccolissime; poi arrivavo fino in cima e facevo la manovra identica a quelle che facevano i miei genitori. Penso sia uno dei fatti che dimostrano il mio attaccamento e il mio continuo imitare i miei genitori visti sempre come idoli (tutt’ora).
I miei ricordi dicevo sono un po’ diversi da quelli citati nel libro, e ho dovuto prendere appunti prima di lasciare questo messaggio anche se la mia intenzione sicuramente non sarà quella di scrivere un secondo libro, (anche perché al momento sicuramente non sarei all’altezza di Sergio) ma dei semplici flash-back. La mia comitiva era diversa, sicuramente non potevo considerarmi membro della comitiva di Sergio, Peppino e tutti coloro che sono stati nominati, data la mia età. La mia comitiva è sempre stata composta da me, i cugini Rolando e Ottavio, Raffaele Resta e Simone Laghezza, questi ultimi due considerati i pazzi trascinatori del gruppo. Poi ovviamente ogni anno c’erano amicizie nuove, amori, screzi e scherzi, e tutto ciò che ha caratterizzato la vita adolescenziale di ognuno. Io però ho sempre vantato la presenza di ben due fratelli più grandi, che mi hanno sempre fatto sentire più grande, tanto che alcune volte cercavo in tutti i modi di stare con loro, ovviamente il tentativo è sempre stato vano.
I bei ricordi ovviamente si legano proprio a Rolando e Ottavio, Raffaele e Simone; gare con la bicicletta, partite a carte, costruzioni di capanne varie, falò (in età già più adulta), e poi questo senso di omertà nei confronti degli adulti, per cui ogni cosa che non potevamo fare veniva custodita all’interno del gruppo come fossimo una cupola.
Le prime differenze con la comitiva dei “grandi” che mi sono venute in mente riguardano le partite a carte, in quanto noi siamo stati assidui giocatori di burraco e non di scopone scientifico, forse per imitare gli adulti, visto che questi organizzavano un paio di tornei alla settimana, nella varie case dei francavillesi, e ricordo soprattutto casa mia, casa di Nicola Resta, casa di zio Francesco, e casa di Edy. Sono più di 15 anni che mi pongo una domanda a cui non trovo risposta: ma è vero che è stato papà ad importare il burraco da Trani a Francavilla? Io ricordo di si, ma forse pecco di presunzione. I tornei erano tanto frequenti che anche in noi nacque l’idea di farne uno: io capitai in coppia con Raffaele, e ricordo benissimo che fu data per scontata la nostra vittoria, quando invece fummo battuti in finale a sorpresa dalla coppia Simone-Rolando. Quel torneo è stato il primo e l’ultimo giocato da noi più piccoli e non nascondo ancora oggi una voglia di rivincita che non ci è mai stata concessa.
Vanno poi ricordate le partite a calcetto, mai fatte in spiaggia ma rigorosamente a casa di Rolando e Ottavio con un campo che era praticamente la salita del loro garage; le gare in bicicletta invece si svolgevano a casa mia, sempre con lo stesso risultato finale; a casa di Raffaele infine avvenivano il nascondino e la costruzione di capanne che non ho mai capito a cosa ci sarebbero servite semmai fossimo riusciti a costruirne una. Non scorderò mai la costruzione della casetta di plastica con il telo di stoffa, a casa mia, che finì con il lancio a distanza di dieci metri, di un bastone, in plastica dura della stessa casetta, da parte mia nei confronti di Raffaele; il lancio fu tanto preciso che la destinazione “testa di Raffaele” fu raggiunta in pieno, con tanto di meraviglia da parte mia e con tanto di successive botte da parte sua; era la prima volta che vedevo Raffaele piangere e mi cadde un mito visto che lo consideravo sempre il più “forte” del gruppo.
I miei piccoli flash-back portano la mente ad una decina di cose rimaste impresse nel corso degli anni: Antonio Malannino che portava la canoa bi-posto sulla spalla con lo stupore di tutta la spiaggia; il tuffo-capriola di inizio anno del fratello Giancarlo; il mio pianto nel cuore della notte quando arrivava il camion della spazzatura a svuotare i cassonetti, tanto era il rumore infernale; gli stessi cassonetti che venivano spostati da papà o dalla mamma con il paraurti dell’Isuzu, lontano da casa; il mio innamoramento per le amiche della mamma, precisamente a 8 anni, per Lilì e Rosella; la tragica estate del ’94 con la sconfitta dell’Italia ai mondiali; il voler stare sempre con zia Rosa e zio Giuseppe a discapito degli altri zii ai quali chiedo scusa per la disparità di trattamento subita; le terribili gesta di Arturo; la differenza di colore tra Rolando mio fratello e Ugo (praticamente i Ringo); la mia testa rasata a metà; la famosissima imboscata davanti al chiosco con Mariagiovanna e i commenti dei ragazzi più grandi; e tanto altro ancora.
Le emozioni di questo libro sono introvabili altrove... non vi nascondo la lacrima uscita alla lettura dell'ultima pagina, una confessione che molti di voi forse non hanno il coraggio di fare ma sicuramente sarà capitato a qualcun'altro..
Ha fatto bene Sergio ad omettere i cognomi delle persone perché Campomarino è Campomarino e può essere capita solo da chi ha vissuto questi fantastici anni. La mia proposta è quella di cercare di tornare come prima: basta l’estate nella piazza di Francavilla (non me ne voglia Giampiero Cito), sono disposto anche ad accompagnare personalmente Dino avanti e dietro purché torni tutto o quasi come prima.
Concludo con questa frase che devo scrivere per forza perché l’ho appuntata un giorno che mi venne dal cuore e la scrissi su un foglietto di carta interrompendo tutto quello che stavo facendo in quel momento: spero un giorno di diventare per mio figlio quello che è stato ed è per me mio padre, e di trovare una moglie che sia per mio figlio quello che è stata ed è per me mia madre.
Il bambino di copertina

Anonimo ha detto...

Uè Federì, t'ha mmurtalatu!!!!
Brau!!!!
Giancarlo

Il bambino di copertina ha detto...

Volevo puntualizzare un particolare che ho dimenticato: prima di comprare la canoa gialla 8.1 che da un po’ di anni gira davanti al Paradise Beach, pensavo di poter ripetere quello che faceva Antonio con la sua canoa davanti al Chiosco, e cioè di poterla portare sulle spalle, ovviamente il mio obiettivo da ragazzino fanatico era quello di avere gli occhi puntati addosso da parte di tutta la spiaggia e soprattutto delle ragazzine in bikini; a quanto pare non avevo capito nulla di cosa significasse portare quel peso insopportabile (e se consideriamo che la mia è molto più leggera..); ci provai una volta soltanto e le conseguenze furono tremende: ci fu una distruzione fisica e psicologica per il dolore che provai e per la terribile figura che feci davanti a tutti.

Anonimo ha detto...

Carissimo Federico,
ho avvertito una sensazione ancora più forte di quanto fino ad ora non fosse successo: la nostra è davvero una grande famiglia, legata inscindibilmente da un vincolo immortale. Lo penso davvero. La riprova è nel fatto che nonostante la differenza d'età ho riso tanto nel leggere il tuo bellissimo (e tanto atteso) commento. Tra l'altro tu sei sempre stata una mascotte per tutti noi più grandi.
Ricordo una cosa che hai omesso: quando salivi con la tua bici su via Ariosto e chiedevi, solitamente a mia madre: "Michelina, posso fare un giro?". E allora entravi nel giardino di casa mia e percorrevi tutta la strada (che porta sul retro dove oggi parcheggiamo le auto) fino alla discesa dove potevi raggiungere il tuo obiettivo e cioè prendere velocità per "sgommare". Ricordo che questo fatto era motivo di dibattito anche a casa mia, quando parlavamo col sorriso di questa tua "intraprendenza" e di quanto tu fossi e sia rimasto sempre così affettuoso con tutti.
Nello scusarmi per il ritardo con te e tutti gli altri, ricordo che provvederò a diffondere (a tutti coloro che hanno acquistato il libro) anche il cd con le interviste realizzate la scorsa estate. In queste interviste c'è anche la tua, ricordi?
un saluto

Anonimo ha detto...

Caro Sergio avevo proprio dimenticato le sgommate con la bici... infatti devo dire che il retro di casa tua fa tornare la mia mente a molti episodi... dalle partite a bocce dei nostri padri al terriccio che mi permetteva di sgommare.. e poi c'è anche quell'episodio che vedeva coinvolti me e ottavio nel contenderci marialuana.. me lo sono ricordato benissimo appena l'ho letto; anche a me sembra di essere stato sempre (tutt'ora) la mascotte del gruppo e ti ringrazio di questo, come ti ringrazio per "affettuoso". Sono d'accordo anche sulla inscindibilità che ci lega.. (vabbè non voglio esagerare con le parole complicate, non vorrei impelagarmi in concetti senza poi riuscire a finire il discorso).. Mi raccomando il cd è importantissimo perchè dalle interviste si riconosce l'emozione di ognuno nel ricordare un periodo che forse non tornerà più.
IL BAMBINO DI COPERTINA

Anonimo ha detto...

cosa posso dire di questo libro?? spesso ho passato la mia vita ad inseguire favole e miti assolutamente effimeri, quando in realta' non mi accorgevo di essere protagonista di un film fantastico, pieno di avventure, risate, amore e lacrime... Si la nostra vita è stata davvero bella amici miei e quel periodo della nostra gioventu' in particolare e' un regalo che portero' per sempre con me, lo conservero' gelosamente insieme alle foto di quei ragazzi sporchi e seminudi che speravano che il sole non tramontasse mai...per continuare all'infinito quella partita.

grazie sergio per avermelo ricordato.

Il bambino di copertina ha detto...

ragazzi dopo aver ricordato tutte le auto, raccontato tutte le esperienze di guida, gli spettacoli concessi da papà ed emulatori, è giunta l'ora di ricordare, (lo ricordo ora, ma non per una minore importanza), tutti gli eventi marini... cioè come a dire: dopo la terra, l'acqua. Perchè non so se avete ancora in mente, oltre le varie barche di campomarino, anche gli spettacoli sugli sci d'acqua, il catamarano (che sinceramente io ricordo vagamente, cioè ricordo solo il catamarano giallo ed il fatto che fosse molto pericoloso), il surf di zia maria ecc.. Ecco, se penso a questo la prima cosa che mi viene in mente sono gli incroci che facevano papà e zio francesco sugli sci d'acqua... salivano anche sulle onde.. e poi ricci, cozze (vietate ai minori), e tanti altri frutti marini!!

Il bambino di copertina ha detto...

a proposito di ricordi.. volevo chiedere ai più grandi (quelli della comitiva) se anche loro avessero a che fare con la paura dell'antitetanica.. perchè dovete sapere che tra le tante ferite estive che hanno caratterizzato ognuno di noi, e di ogni generazione (ricordiamo la disperazione di peppino quando si procurò un taglio lungo tutto lo stinco sinistro) ritornava in me, ogni anno, la paura dell'antitetanica.. Ogni volta che mi procuravo una ferita un pò più grave rispetto al normale, sentivo parlare della possibilità di fare un'anitetanica, che era un misto di dolori. Il primo era un dolore derivante dalla puntura, il secondo dolore derivava proprio dal contenuto di tale medicina. E puntualmente ci si rivolgeva al grande capo della medicina della famiglia, zio Giuseppe, che mi ha sempre graziato nel corso degli anni, con la fatidica frase "no no non c'è bisogno, non è niente". La prima volta è stata una ferita, di cui riporto ancora la cicatrice sulla fronte, che deriva da una caduta su uno spigolo di marmo a casa mia; il primo soccorso fu ad opera di Benito Cramarossa; poi tutte le cadute dalla bicicletta, la più grave a casa di Sergio, quando pretendevo di guidare il mezzo impugnando il manico di sinistra con la mano destra e viceversa. Anche lì zio Giuseppe disse: non è niente, e io che gli volevo sempre più bene. Infine le ferite ai piedi, causate un pò dalle schegge di legno del chiosco e un pò dagli scogli, che si rivelavano di tanto in tanto molto appuntiti!! e le vostre ferite??

Unknown ha detto...

Ciao Sergio, e ciao ragazzi, sono arrivato in questo blog per una serie di casualità: ho scoperto un pò di amici di vecchia data tra i contatti di mia sorella e di mio cugino su facebook, e poi, per una forte ed irrefrenabile curiosità mi sono permesso di sbirciare le loro preferenze. Con mio forte stupore ho scoperto l'esistenza di un gruppo inerente Campomarino (credo diretto da Rolando), e lì ho finalmente trovato il link a questo sito.
E' curioso dopo tanti anni far volare la mente a ricordi lontani, intrisi di emozioni, di sorrisi e di quella genuina immaturità che caratterizza l'adolescenza. Sinceramente scorrendo i vari commenti, e leggendo un pò le tue risposte, caro Sergio, e la tua presentazione mi sono realmente emozionato. Ti ringrazio per avermi regalato un momento così dolce, e soprattutto per avermi fatto ricordare con piacere alcuni "decenni" fa.
Ti auguro il meglio, con affetto e stima
Massimiliano

P.S. Perdonate gli accenti ma con la tastiera americana risulta davvero una gran rottura scrivere in italiano